Ecco cosa troverai esplorando questa pagina
Gruppo di lavoro
• Federico Casagrande, UniTrento, DICAM/DiPSCo
• Margherita Vincenzi, UniTrento, Dipartimento di Lettere e Filosofia
• Giovanna A. Massari, UniTrento, DICAM
• Paola Pettenella, Mart
• Lucia Rodler, UniTrento, DiPSCo
• Cristiana Volpi, UniTrento, DICAM
• Federico Zanoner, Mart
Si ringraziano
• Officina Espositiva – Università di Trento
• Mart – Museo di arte moderna e contemporanea di Rovereto
• Mart – Archivio del '900
• Mart – Casa d'Arte Futurista Depero
Così scrive Fortunato Depero a Rosetta Amadori, da New York, nel 1948, in uno dei tanti elogi della operosità manuale della moglie. Rosetta Amadori è stata infatti una straordinaria artigiana, nel senso positivo che nel 2008 il sociologo Richard Sennett ha dato a questo termine [2]: un individuo che ha passione per la qualità del lavoro manuale che svolge con responsabilità, competenza e autonomia, in continuo dialogo con il committente (il marito e artista Fortunato Depero) e la realtà sociale. L’economista Stefano Micelli parlerebbe di una maker che, proprio perché si confronta con il mondo materiale, sa anche ascoltare in modo intelligente i progetti del suo «Nato» [3]. Per questo il gruppo Ecoltura ha deciso di valorizzare le mani di Rosetta come tratto distintivo della sua biografia.
«Io e mia moglie» di [Fortunato Depero], [post 1919] |
Mart, Archivio del´900, Fondo Depero
Biografia
Rosetta Amadori (Rovereto, 1893-1976) è stata un’imprenditrice e tessitrice italiana, moglie del pittore futurista Fortunato Depero. «Donna rara», si è occupata della produzione degli arazzi, del mantenimento della Casa d’Arte Futurista Depero a Rovereto e, dopo la scomparsa del marito, della gestione del suo patrimonio artistico. Nel 1913 si trasferì con Depero a Roma. Rosetta entrò in contatto con il Movimento futurista, di cui ebbe l’occasione di conoscere i fondatori, avvicinandosi alle poetiche futuriste e all’arte tessile. Nel 1919, dopo il matrimonio con Fortunato Depero, fece rientro con il marito a Rovereto; insieme fondarono la Casa d’Arte Futurista Depero. Rosetta Amadori si occupò della gestione della Casa d’Arte Futurista e del laboratorio di arazzi, oltre che dell’organizzazione di alcuni eventi collettivi come le “veglie futuriste” del 1923. Dal 1928 al 1930 la coppia si trasferì a New York per aprire la Depero Futurist House, che non raggiunse però il successo sperato. Nel periodo newyorkese Rosetta continuò le attività di cucito e di arte tessile, realizzando anche numerosi eventi culinari con cui sosteneva la permanenza economica della coppia oltreoceano. Dagli anni ’30 fino agli anni ’50 Rosetta continuò a gestire il laboratorio di arte tessile a Rovereto dove, nel 1957 fondò con il marito la Galleria Museo Depero. Rosetta Amadori si occupò della gestione del museo dopo la morte del marito nel 1960 e fino alla sua scomparsa nel 1976.
Le mani di Rosetta
In alcuni schizzi dell’opera di Fortunato Depero Io e mia moglie (1919), Rosetta Amadori pare avere tre braccia e sei mani, impegnate su quello che potrebbe essere un arazzo, disegnato dal marito. Questa immagine ha colpito il gruppo Ecoltura che ha analizzato i materiali che riguardano Rosetta alla luce dell’operosità di mani che tessono, cucinano e gestiscono un patrimonio culturale di enorme grandezza. Depero riconosce la fortuna di avere accanto una donna «rara», amata dagli anni Dieci del Novecento. Lo ripete più volte in un testo interessante, intitolato Note autobiografiche ed elogio di Rosetta, che si legge nella quarta monografia della Collana Artisti Trentini, insieme alla Presentazione dell’amico, ingegnere ed editore, Riccardo Maroni [4].
Fortunato parla di Rosetta con sincera gratitudine. Ricorda il loro inizio, quando nel 1913, in un mattino nevoso, Rosetta lascia la famiglia per raggiungere l’artista a Roma, «povera e trasognata». E poi, riconosce che, negli anni della prima guerra mondiale, «Rosetta guadagnava per tutti e due […] Rosetta stirava e piangeva e io tenace, cocciuto, testardo, ostinato, audace, instancabile e bardato seguivo la via del mio destino» [5]. E, ancora, nei decenni successivi, Rosetta ha saputo adattarsi con serenità e fiducia a una vita «zingaresca», nelle numerose abitazioni, ora «modeste», ora confortevoli, tra Europa e Stati Uniti. «Quale donna avrebbe saputo seguire un itinerario così sconcertante e diabolico?» «Quale donna avrebbe seguito le avventure ipotetiche e misteriose delle incerte mete americane, con poca moneta, con molto bagaglio d’arte e d’amore, con nessuna meta rassicurante? Arte ed amore sono due grandi capitali spirituali di felicità e di bellezza, ma praticamente di magra cucina». Ma Rosetta è «un miracolo di risorse», in particolare – lo si è detto - grazie all’operosità delle sue mani [6].
Tessere
Le mani di Rosetta realizzano i «mosaici in panno» tra gli anni Dieci e metà Novecento: «vent’anni di arazzi (1920-1940) cuciti dalle sue mani e dalle mani di poche volonterose operaie da lei ammaestrate; e disseminati per mezzo mondo». Così ricorda Fortunato che, alla ricerca di fama e nuovi acquirenti, si reca più volte a Milano, dove ha la fortuna di incontrare Umberto Notari, un influente mecenate d’arte che subito comprende l’originalità del lavoro. Notari commissiona a Depero, e indirettamente ad Amadori e alle sue collaboratrici, la creazione di due imponenti arazzi in panno: Cavalcata Fantastica (1920) e Corteo della Gran Bambola (1920) [7]. L’ammirazione di Notari per questi primi capolavori di artigianato permette a Depero e al suo laboratorio di avviare una produzione di successo. Così l’artista ricostruisce la storia di questa produzione artistica: «Nel 1920 nacque a Rovereto un modesto laboratorio per l’esecuzione di mosaici in panni colorati di lana. La prima apparizione di questi quadri di stoffa avvenne ad una complessa Mostra personale di Depero a Milano, cioè alla sua 15ma, alla Galleria Moretti di Palazzo Cova in Piazza della Scala, nel 1921» [8].
A vero dire, la nascita dei primi arazzi avviene alcuni anni prima, come lo stesso artista precisa nel testo Come sono nati, pubblicato nell’autobiografia Fortunato Depero nelle opere e nella vita. Ciò accade a Roma, tra il 1916 e il 1917, a partire dalle stoffe di panno acquistate in Spagna dal ballerino russo Sergei Diaghilev per i costumi de Il canto dell'usignolo di Igor Stravinsky, con le quali Depero realizza «qualche primo saggio di pannello con stoffe incollate su cartone. È questo però un esperimento fugace, perché la flessibilità del panno mi suggerisce immediatamente il mosaico cucito applicato su un canovaccio tirato al telaio» [9]. L’attività prosegue a Capri, dove entra in gioco la diligente e affettuosa collaborazione di Rosetta, coinvolta nella realizzazione di un «primo gruppo di arazzi sperimentali». Fortunato non è pienamente soddisfatto del suo «sogno fiabesco»: le stoffe sono festose, ma il punto è irregolare e i panni sono connessi in modo imperfetto. «Comunque, il risultato coloristico è attraente e la stilizzazione geometrica delle figure e dei paesaggi piace» [10].
E, in effetti, queste «novelle, pazienti, preziose realizzazioni» destano molta curiosità e crescente stupore: sono «realizzazioni fiabesche e di sorprendente fantasia, probabilmente troppo in anticipo per la decorazione della casa, in quanto lo stile adatto, razionale e moderno, non era ancora di moda. In questi arazzi, meglio definiti “mosaici di stoffa”, il dinamismo pittorico futurista e la libera stilizzazione trovano il più ampio sfogo». I lavori vengono presentati alla Triennale di Milano nel 1923 e alla Mostra mondiale d’arte decorativa di Parigi nel 1925, «ove furono premiati con la medaglia d’oro e venduti quasi tutti» [11]. E dietro questo successo c’erano le mani di Rosetta Amadori e delle sue collaboratrici. Come scrive Stefano Roffi, tutto si svolgeva «sempre sotto lo sguardo vigile della moglie Rosetta, che si occupava dell’organizzazione del lavoro, del controllo della qualità e delle consegne» [12].
Cucinare
Sin dagli anni romani, Rosetta Amadori accoglie artisti e amici in casa «fra quadri telai ed arazzi» e organizza «allegri pranzi e convegni». Il «ritmo casalingo» e l’«italico gusto» meritano ammirazione:
principesse, industriali, un mondo elegante ed intellettuale, sedettero a degustare i pranzi e le colazioni, ricchi di pietanze sapienti di italico gusto, dove lei prodigava quanto aveva imparato dalle più disparate cucine: da quella romana e caprese, a quella trentina e milanese; da quella francese ed americana. Gnocchi alla romana, zuppe di pesce, polente e companatici succulenti, stufati e “strangola preti” (gnocchi verdi alla trentina) e “crostoli” e canederli tirolesi, nonché timballi lombardi e lasagne verdi alla bolognese; caponatine sicule e pizze partenopee; erano e sono tutt’ora i suoi doni di rara ospitalità che hanno lasciato e lasciano un eccellente ricordo per ogni luogo da lei visitato [13].
Proprio queste mani salvano Fortunato dalla «drammatica» crisi americana del 1929, quando pochi erano disposti a spendere per l’arte. L’idea è di Fortunato: e se, invece di parlare della mia arte, invitassimo i possibili acquirenti a pranzo? E così, ogni domenica Rosetta cucina i ravioli e, «magicamente», gli invitati ordinano e acquistano:
E chi non ricorda poi la crisi economica del 1929? Il crac in Borsa? Uomini della finanza che si suicidavano? Ma, Rosetta, con i suoi famosi ravioli, mi ha salvato. I domenicali banchetti per invito al mio Studio trionfarono, e vendevo e ricevevo ordini e così magicamente superai anche quell’epoca veramente drammatica [14].
Un pranzo italiano è sempre gradito dagli americani e dalle americane. Un pranzo all’italiana seduce sempre in questo come in tutti i paesi. Antipasto, spaghetti o risotto, minestre o gnocchi, o polenta. Arrosto, stufato, pollo o baccalà. Pomodori ripieni, zuppe di pesce, cotolette alla milanese e uccelli alla salvia. Frutta, dolce e gelati, secondo la stagione e l’estro della cuoca. Il tutto annaffiato da buon vino fabbricato in casa. L’onesta trappola è indubbiamente gradita e le persone invitate non possono rifiutare. Ecco scoperto il modo di far conoscere le mie opere [15].
Nell’autunno del 1947 Depero intraprende un secondo viaggio a New York, ma questa volta senza Amadori, che lo raggiunge solo l’anno successivo. Nelle lettere quotidiane Depero racconta pranzi e cene americane e ricorda con nostalgia e desiderio le ricette casalinghe di Rosetta. Mentre la moglie predispone la propria partenza, nell’aprile del 1948, Depero le suggerisce di aggiungere lo spiedo al bagaglio:
A proposito di spiedo - se te la senti di far imballare lo spiedo in una solida cassetta e farlo spedire assieme al Baule potrebbe essere cosa ben fatta. […] ci potrebbe essere di gradite pietanze. Vedi tu - senza faticare né agitarti [16].
Insomma, davvero Rosetta Amadori è stata una «adorabile compagna» e una «donna rara», che ha sostenuto il marito anche dopo la sua morte, prendendo in mano la Galleria-Museo Depero.
Avere cura della Galleria - Museo
Rispettivamente al 1957 e al 1959 vanno fatte risalire la fondazione e l’inaugurazione di un museo a Rovereto da parte di Depero per raccogliere ed esporre le opere prodotte durante i fruttuosi anni di lavoro artistico ed ancora da lui conservate. Tuttavia, un anno dopo l’inaugurazione, Depero muore lasciando Amadori sola con buona parte del patrimonio artistico da gestire. In una intervista a «Oggi» del 27 marzo 1974, Rosetta ricorda l’origine della collezione roveretana quando Fortunato cede al Comune di Rovereto circa 2000 opere in cambio di un vitalizio, affidando il resto del patrimonio a lei, con il compito di valorizzare e difendere la sua arte. Non avendo figli, dopo la morte di Depero, Rosetta rimane unica erede e proprietaria delle opere, e subentra a Fortunato nel Curatorio della Galleria Museo Depero, che apre al pubblico a partire dal 1975. Soprattutto da vedova, Rosetta si rivela una donna autonoma, forte e stimata da molti esponenti culturali che la contattano per ribadire il suo fondamentale ruolo di garante del futuro per le opere d’arte dell’amato marito. Nell’archivio del Mart di Rovereto il Fondo Depero e il Fondo Galleria Museo Depero conservano diverse lettere posteriori al 1960 indirizzate a Rosetta Amadori, in cui è richiesta la sua approvazione per spedire o riprodurre opere del marito. A gennaio 1962 risale ad esempio una lettera indirizzata a Rosetta che proviene dalla Public Library di New York in cui le vengono richiesti alcuni materiali di sua proprietà per la realizzazione di un catalogo con tutto il materiale visivo disponibile relativo ai balletti di Stravinsky, in vista della mostra Stravinsky e la danza progettata per il maggio 1962. Dalle parole della lettera si comprende a pieno la volontà, oltre alla necessità, di ricevere l’approvazione di Rosetta:
Desidereremo, naturalmente, elencare in detto catalogo tutti i disegni ed i fondali di Suo marito. […] Gradiremo pertanto sapere se Lei è disposta a prestarci tutto il materiale disponibile nel caso venga approvato dal nostro comitato di selezione e se è in possesso di qualche foto dei lavori da poter mostrare a detto comitato [17].
Al 1972 risalgono invece diverse richieste di riproduzione di opere di Depero da parte della casa editrice Fratelli Fabbri Editori di Milano. In particolare, nel luglio 1972, viene richiesta a Rosetta la possibilità di riprodurre Paese di Tarantelle e Bottiglia, 1916 di Depero e successivamente, nel dicembre 1972, Rosetta viene nuovamente contattata con l’istanza di benestare per la riproduzione di Marionette per balli plastici. Tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio degli anni ’70, inoltre, Rosetta collabora con lo storico Bruno Passamani, tra i primi studiosi e promotori dell’opera dell’artista, a cui presta e addirittura dona alcuni materiali originali per studiare e valorizzare l’arte di Fortunato [19]. È anche grazie al loro rapporto amichevole se Passamani entra in contatto con la documentazione e dà vita ad alcune mostre fondamentali interamente dedicate a Depero, a partire da quella realizzata a Bassano del Grappa nel 1970 con titolo Fortunato Depero: 1892-1960 (Museo civico-Palazzo Sturm, luglio-settembre). Inoltre, la monografia da lui redatta nel 1981 [20] resta ancora un riferimento bibliografico per lo studio dell’artista e vede la luce contestualmente alla più ampia riscoperta e rivalutazione del Futurismo avviata in quegli anni. A metà degli anni Settanta, Rosetta vive ormai con poco denaro, molti ricordi e attività manuali: «Di giorno curo i fiori, e le mie quattro vigne: faccio da me, spremendo chicco per chicco lo “spumante di Rosetta”». Di sera legge le lettere e gli scritti del suo «Nato» (Fortunato): «pacchi e pacchi» [21]. È serena perché ha vissuto a lungo con il suo amore che la attende in cielo. Nel 1976 Rosetta muore e un anno dopo il materiale artistico e documentario rimasto fino a quel momento nella casa dei coniugi viene versato in via definitiva alla Galleria [22]
Documenti d'archivio: Mart, Archivio del´900, Fondo Depero
Fotografie allestimento: Federico Casagrande
• [1] Lettera di [Fortunato Depero] a Rosetta [Amadori Depero], 1948 aprile 15, da New York a [s.l.]. 5 p., Rovereto, Mart, Archivio del ‘900, Fondo Depero, Dep.3.3.1.22.107.
• [2] Cfr. R. Sennett, The Craftsman (2008), trad.it. L’uomo artigiano, Feltrinelli, Milano 2008.
• [3] S. Micelli, Futuro artigiano. L’innovazione nelle mani degli italiani, Marsilio, Venezia 2011, p. 29.
• [4] Fortunato Depero. Pittore, Presentazione di Riccardo Maroni, 4° monografia CAT, Saturnia, Trento 1953, pp. 9-23. Lo scritto viene ripubblicato in Fortunato Depero. Prose futuriste, a cura di Riccardo Maroni, 19° volume V.D.T.T., Saturnia, Trento 1973.
• [5] Ivi, p. 10.
• [6] Ivi, pp. 16-18.
• [7] L. Mannini, Di Carlo Carrà, Umberto Notari, Fortunato Depero e “dei suoi magnifici arazzi”, in S. Risaliti, E. Francioli (a cura di), Depero. Cavalcata fantastica, catalogo della mostra (Firenze, Palazzo Medici Riccardi, 28 settembre 2023 - 28 gennaio 2024), Officina Libraria, Firenze 2023-24, pp. 74-76.
• [8] Fortunato Depero. Pittore, cit., Tavole e schema di quarant’anni d’arte, p.n.n.
• [9] Fortunato Depero nelle opere e nella vita, a cura della Legione Trentina, Legione Trentina/Temi, Trento 1940, p. 147.
• [10] Ibidem.
• [11] Fortunato Depero. Pittore, cit., Tavole e schema di quarant’anni d’arte, p.n.n.
• [12] S. Roffi, Les Maisons Magiques, in Depero il mago, Catalogo della mostra a cura di N. Boschiero e S. Roffi, Fondazione Magnani Rocca, Mamiano di Traversetolo (Pr), 18 marzo - 2 luglio 2017, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo (Mi) 2017, p. 16.
• [13] Fortunato Depero. Pittore, cit., pp.18-19.
• [14] Ivi, p. 16.
• [15] Fortunato Depero nelle opere e nella vita, cit., p. 295. Il capitolo si intitola I ravioli di Rosetta, ivi, pp. 294-295.
• [16] Lettera di Nato [Fortunato Depero] a [Rosetta Amadori Depero], 1948 aprile 3, da New York a [s.l.], 6 p., Rovereto, Mart, Archivio del ‘900, Fondo Depero, Dep.3.3.1.22.99.
• [17] Lettera di The New York Public Library. Astor, Lenox and Tilden Foundations. New York a [Rosetta Amadori] Depero, [1962] genn. 2, 1 pagina, 1 carta, Dep.3.3.2.30.1
• [18] Corrispondenza anni 1966 - 1972" (1) 1966 - 1972, 1 fascicolo, Rovereto, Mart, Archivio del ‘900, Fondo Galleria Museo Depero, Dep.3.3.2.30.1, Gal.Dep.1.3.2
• [19] Nel 2005 poi Passamani dona questa documentazione, insieme ai suoi materiali di studio, all’Archivio del ‘900 del Mart. La sua opera di promozione segue di poco la mostra dedicata a Fortunato Depero dalla Galleria Martano di Torino (marzo-aprile 1969), con interventi in catalogo di Luigi Lambertini. Anche Passamani pubblicha per Martano, l’anno successivo, Depero e la scena, Da “Colori” alla scena mobile, 1916-1930.
• [20] B. Passamani, Fortunato Depero, Comune di Rovereto, Musei Civici-Galleria Museo Depero, Rovereto 1981.
• [21] L. Vincenti, Ecco la nostra bohème: mezzo secolo di amore e di miseria. Parlano le mogli e le vedove dei grandi protagonisti dell’arte internazionale, in «Oggi illustrato», 23 marzo, 1974, p. 85 (e pp. 80-85).
• [22] Depero New Depero, Catalogo a cura di N. Boschiero, Mart - Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, Rovereto 2021